Biografia

Nelle arti visive, il tempo della rappresentazione si misura in cicli pittorici. In alcuni, è il colore il protagonista indiscusso della tela, in altri il segno e la pura gestualità, in altri ancora è il soggetto a farla da padrone. A ognuno di questi cicli corrisponde una determinazione creativa, che quasi sempre si accorda allo stato d’animo del suo autore, e a ciò che in un certo momento della vita gli pare urgente, quindi necessario. Enzo Marino, da sincero e devoto artigiano dell’immagine, non sfugge a questa regola, cercando per sé la giusta chiave interpretativa di quanto, di volta in volta, occupa quel ricco mondo interiore del quale continuamente si nutre per poter dipingere. Lo ha sempre fatto, nel corso della sua prolifica attività, con una genuinità che non può lasciare indifferenti. Un lungo viaggio dell’anima, certamente introspettivo, però accompagnato da riferimenti esterni altissimi quali fonte di ispirazione e riflessione, a cui ha voluto aggiungere la propria voce, il proprio personalissimo punto di vista. Si è già detto, in altre occasioni, di quanto il dripping di pollockiana ascendenza, sia stato determinante per i suoi esordi. Come questa tecnica gli abbia consentito di stabilire un rapporto diretto, privo di filtri intellettuali e senza inibizioni, con la superficie bianca, per farla divenire il luogo del possibile, la dimora ideale e fisica dove i colori possono combinarsi in felice armonia tra loro. Poi è arrivato il tempo delle figure iconiche sul modello di Warhol, da Enzo declinate in chiave emozionale e memorialistica, a lui più affine, rispetto all’indagine sociologica, a tratti filosofica, che ne fa la Pop Art. Nel suo presente creativo, si sono aggiunti ulteriori concetti, istanze diverse, altre parole d’ordine, quali astrazione, nuovo realismo, arte del recupero, materiali poveri, pratica dell’inserto, dello strappo bidimensionale, del frammento applicato ai volumi. Con significati talvolta antitetici tra loro, ma tutti ricollegabili a un suo interesse verso alcune rilevanti esperienze che hanno caratterizzato l’arte contemporanea italiana, e di cui volutamente non menziono i protagonisti non solo per non scadere nella didattica, ma per rendere merito ad Enzo, che per lui, fiero autodidatta della pittura, la vocazione a fare arte non può prescindere anche dall’apprendimento della lezione dei maestri che nel tempo lo ispirano. Pertanto nel suo percorso rimane estranea la mera imitazione, peggio se rivisitata furbescamente, piuttosto trova cittadinanza una ricerca che spaziando nei generi, gli garantisca grande autonomia interpretativa ed estrema libertà di espressione, con risultati spesso piacevolmente inaspettati.  

Parlando di Enzo, credo sia utile tornare brevemente su alcuni concetti al fine di chiarire ulteriormente la natura del suo lavoro. Il pittore ha due modi per descrivere la realtà che lo circonda: rappresentarla in senso verista o reinterpretarla secondo il proprio gusto e fantasia. Quest’ultimo è il modo prescelto da Enzo, in accordo a un proprio mondo interiore con il tempo sempre più ricco d’immagini e visioni. Dell’ampia gamma di soggetti presi di volta in volta a modello si è già detto. Vale la pena aggiungere che anche il colore ha un posto importante nella sua produzione. Tutti i colori, non solo i primari, ma l’intera scala cromatica ottenibile per effetto della loro combinazione pressochè infinita. Non deve quindi stupire un certo affinamento nella sua tecnica di posa del pigmento, della stessa tecnica del dripping, che pure rimane una costante della sua poetica. Il pittore e più in genere l’artista ha il dovere, innanzitutto verso se stesso, di rinnovarsi continuamente ed Enzo, nei suoi ultimi lavori, non pare tradire questa regola d’oro auspicabile non solo nell’arte ma pure nella vita.

Domenico Settevendemie